Duello all’ultimo sangue
30 agosto 2012 in Interpretando, Un po' per gioco“Baaam!”, mi fa, “sei morto!”.
“Ma… morto… morto?” faccio io.
Lui mi guarda. Con la pistola puntata verso l’alto, verso di me. Quelle pistole di plastica col tappo rosso, che lui ha tutto morsicchiato nell’inutile tentativo di toglierlo per sentirsi più vero, più spietato, più delinquente anni di piombo.
“Sei morto.”
E tira su col naso. Una pastella di moccio e polvere. Magari neanche lo sa cosa sono gli anni di piombo.
Io non sento ragioni. Se sono morto, sono morto.
Lascio andare il cellulare che, arrivato a terra, si apre in mille pezzi: la custodia da una parte, la batteria dall’altra e la SIM che schizza via, lontano dalla scena del crimine.
Il neo-diplomato alle elementari non fa in tempo a realizzare quanto accaduto che, subito dopo, il tonfo secco del mio corpo sull’asfalto gli riempie le orecchie e quindi il cervello.
Ma la cosa che più lo sorprende, me ne accorgo mentre simulo un rallenty della dipartita, è l’espressione che faccio mentre col volto raggiungo il cemento.
Gran finale, adesso: uno scossone, quindi un brivido lungo tutto il corpo, infine un sospiro profondo. L’ultimo.
Ecco. Sono morto. Ad occhi spalancati, ovviamente: mica voglio perdermi la scena.
Il carnefice mi fissa. Poi, pensando ad uno scherzo, sorride. Un solo secondo, però. Non avendo riscontro da parte mia, torna immediatamente serio.
Quindi si china e mi tocca. Resto immobile.
“Signore? Signore…?”
Al terzo scrollone non resiste: si mette a piangere e corre dalla madre, in qualche bottega di alimentari lì vicino.
Io mi alzo, soddisfatto dell’interpretazione. Raccolgo il cellulare e lo ricompongo.
Torno per la mia strada e passo davanti al negozio dove c’è il bambino: è stropicciato alla gonna della madre e piange ancora.
Mi vede. Lo saluto con due dita a pistola. Gli “sparo”, soffio via il fumo dalla canna, quindi me ne vado.
“Se vuoi giocare con me, bello, ce ne hai di strada da fare.”
“Caro” Andreotti…
23 marzo 2012 in Incazzato nero, SeriamenteTorno a casa in auto: ho la spesa da scaricare e mi piacerebbe parcheggiare vicino al portone.
Vicino al MIO portone.
Proprio là, esatto: là dove un’ AUDI, ultimissimo modello super accessoriata extra figa, è parcheggiata, contromano, ad occupare ben 2 posti. Se la matematica non mi tornasse in conflitto, direi 3 posti. Ma erano SOLO due.
Aspetto un attimo.
Mi guardo attorno.
Poi lo vedo: giacchetta di pelle, super abbronzato, vestito Yeah, capello da spot di Dolce & Gabbana, scarpa da leasing e, puntuale, cellulare all’orecchio. Un idiota a tutto tondo, insomma. Il classico 32 denti bianchi splendenti che ride e se la gode parlando con chissà chi di chissà cosa.
Mi avvicino: ”E’ sugia la carreta con la fregia?”.
Mi guarda stranuito. Io ripeto: “E tua l’Audi lì?”.
Sopresa: mi dice di no.
E lo ammetto: un po’ male ci resto.
Poi mi guarda di traverso, un po’ imbronciato… come a farmi sentire in colpa per aver dubitato di lui. Come a dire che lui non è certo tipo da una macchina così.
E ci riesce, il bastardo: mi sento in colpa per averlo associato, conciato com’è, a quel tipo di persona.
Vengo via.
Aspetto ancora un minuto, fiducioso.
Ma il padrone dell’AUDI non arriva.
Nel frattempo, però, il tipo Dolce & Gabbana finisce la sua telefonata e si avvicina alla SUA auto: una Mercedes ultra ultra ultra lusso. Parcheggiata sul posto dei disabili e, come se non bastasse, con due ruote sul marciapiede.
Il mio senso di colpa svanisce in un attimo.
E mi torna in mente Andreotti: “…a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si indovina”.
Presunzione dilagante
24 agosto 2011 in Generalmente, SeriamenteEntro nel bar.
Mi faccio strada tra la folla e guadagno il banco.
“Un caffè, grazie.”
“Beeee?”
“No…” faccio io, “macchiato caldo.”
Mentre sorseggio ascolto i discorsi dei clienti.
“Beeee, beeee, beeee…”
“Beeee???”
“Beee!”
Pago, saluto ed esco.
Un tizio accosta l’auto proprio a fianco a me.
Abbassa il finestrino, continuando a guardare una cartina della città.
“Beeeee, beeee beeee?”
“E’ un po’ fuori mano…” gli dico, “ma non è difficile. Giri a sinistra qui. La prima a destra e poi segua le indicazioni per l’ospedale. Quando è lì domandi di nuovo che non è lontano.”
“Beeee. Beeee.”
“Arrivederci a lei.”
Il venticello che tira è piacevole. Almeno fa un po’ più fresco.
Lo pensano anche due signore che escono dall’ortolano.
“Beee… beee, beee beee beee.”
“Beeee beeee!”
E ora che ci penso, devo prendere un po’ di frutta anche io.
“Buongiorno!”, e sorrido all’ortolano.
“Beeee! Beee beee beee?”
“Un po’ d’uva e tre o quattro pesche di quelle là…”
Mentre l’uomo pesa la mia frutta, rifletto sul fatto che, all’ultima persona che me lo chiese, risposi: “Santo cielo! Certo che no, accidenti: non credo assolutamente che il mondo sia pieno di pecoroni!”.
“Beeeeee!”, mi fa l’ortolano porgendomi il sacchetto con la mia spesa.
Lo guardo. Sorrido.
Forse è il caso che riveda la mia posizione a riguardo…
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